La cuoca 37enne ha subito episodi di mobbing e molestie sessuali sin dall’apprendistato. Oggi chiede conseguenze severe per chi adotta comportamenti inappropriati.

(Adobe-Stock)
Sì, a 28 anni ho lasciato alle spalle la carriera che avevo intrapreso in Germania, mi sono trasferita in Svizzera e ho ricominciato da zero.
Ho cambiato azienda e non sono stata l’unica ad andarsene. Ho vissuto di tutto: accuse assurde, giochi di potere e battute del tipo «qui misuriamo le ciotole dell’insalata in taglie di reggiseno».
Sì. Mi è stato detto che avrei dovuto difendermi da sola e che sarei stata personalmente responsabile di tutto ciò che avessi detto o fatto nel farlo. Come apprendista ci si trova in una situazione di evidente squilibrio di potere rispetto alle cuoche e ai cuochi che occupano una posizione gerarchicamente superiore. Non si può quindi parlare di una comunicazione o di un confronto alla pari.
La situazione è cambiata soprattutto perché io stessa sono cresciuta moltissimo e non accetto più certi comportamenti. So esattamente quali sono le mie capacità e quale valore posso offrire, e scelgo di lavorare dove questo viene riconosciuto e valorizzato.

«Chi denuncia le situazioni problematiche si ritrova presto da solo.»
La gastronomia è ancora fortemente dominata dagli uomini. Gli orari estremi e la distribuzione diseguale del lavoro familiare spingono molte donne ad abbandonare la professione. A ciò si aggiungono le molestie sessuali.
Sì, e le molestie non sono finite dopo l’apprendistato.
«Le donne servono solo per sc***re», «tutti i cuochi sono dei porci, abituati» oppure «vorremmo assumerti per dare un tocco femminile». Potrei citare molti altri commenti e affermazioni: la lista è letteralmente infinita. E non si tratta soltanto di molestie, ma più in generale di discriminazione nei confronti delle donne, dell’esclusione dalle reti maschili e del pregiudizio secondo cui sarebbero fisicamente meno resistenti. Anche a parità di prestazioni, le donne vengono prese sul serio, sostenute e promosse molto meno spesso. Le chef donne nell’alta gastronomia sono rare. Soltanto in circa il tre per cento dei 145 ristoranti stellati una donna è a capo della brigata di cucina.
Un ambiente ambizioso e orientato alle prestazioni può essere stimolante e permettere di crescere enormemente. Ma quando si arriva al punto in cui colleghe e colleghi si mettono i bastoni tra le ruote e si boicottano a vicenda, oppure quando i ristoranti sfruttano il proprio nome e prestigio per vessarti e farti lavorare gratuitamente, si supera il limite. Non possiamo portare avanti pratiche scorrette e mantenere una cultura del lavoro tossica, lamentandoci contemporaneamente della carenza di personale qualificato.
Ho l’impressione che in molte aziende il problema non venga preso sul serio. Eppure è una questione che riguarda tutti noi. Dobbiamo sostenerci a vicenda, prendere posizione gli uni per gli altri, far sentire la nostra voce e, soprattutto, devono esserci conseguenze più severe per i comportamenti inappropriati.
Credo che siano indispensabili se vogliamo entusiasmare i giovani per questa professione e trattenere il personale qualificato. Non possiamo continuare per sempre a dire che «la gastronomia è fatta così», che «si sa già prima a cosa si va incontro» o che «è sempre stato così e sarà sempre così».
Ho più libertà. Non sono direttamente subordinata a nessuno. Ho la mia vita e il mio tempo nelle mie mani e questo rappresenta un enorme sollievo, sia dal punto di vista fisico sia, soprattutto, psicologico.
Servirebbe un equilibrio migliore in più aspetti. Abbiamo bisogno di maggiore intelligenza emotiva da parte di chi ricopre ruoli dirigenziali, di più donne nelle posizioni dirigenziali e di migliori possibilità per conciliare vita professionale e privata.
(Jörg Ruppelt/seb)